OSSERVAZIONI SOLARI

 

Modi, tecniche e strumenti

 

 

D. Castellano

 

Unione Astrofili Napoletani

 

 

 

  1. Introduzione

 

L’osservazione del Sole è un’attività che l’uomo svolge dai tempi di Galileo Galilei, da quando lo scienziato italiano puntò per la prima volta il suo cannocchiale verso la nostra stella. Fu lui che per primo scoprì le famose macchie solari, chiamate così per via della loro forma irregolare.

 

Nel corso degli anni il nostro Sole è stato l’osservato speciale da parte di astronomi ed astrofisici, da quando si scoprì che tutte le stelle del firmamento non erano altro che “soli” lontani. Ecco allora che diventa cruciale lo studio di come funziona la nostra stella per capire come funzionano le stelle della nostra Galassia. È grazie al Sole che noi oggi conosciamo come funzionano le stelle, ma è anche merito delle altre stelle per cui oggi possiamo conoscere come morirà il nostro Sole.

 

Sebbene il Sole sia solo una delle miliardi di stelle che formano la nostra Galassia nessuno la confonderebbe con altre, dato il legame che esiste tra il Sole e la nostra vita. Questa familiarità con il Sole ci potrebbe far dimenticare la sua vera natura e cioè quella di essere una stella (anzi l’unica) alla nostra portata per essere osservata e studiata.

 

Il Sole, infatti, è l’unica stella di cui possiamo vederne la superficie, anche la stella più vicina (Proxima Centauri) è talmente lontana da non poterci permettere di vedere alcun dettaglio superficiale. La relativa vicinanza a questa stella, infatti, permette di osservare la superficie anche con banali strumenti e vedere i fenomeni che vi avvengono, proprio come fece Galileo Galilei.

 

 

 

  1. L’osservazione amatoriale

 

Fino a qualche anno fa e per tutto il secolo scorso l’osservazione solare amatoriale consisteva esclusivamente nel vedere la fotosfera del Sole, la più volte detta superficie solare, pur sapendo però che il Sole è una sfera di gas e plasma a cui è difficile attribuire una superficie di separazione netta con lo spazio vuoto in cui esso è immerso a differenza della Terra.

 

Solo negli ultimi anni il mercato delle osservazioni solari si è arricchito di nuove tecniche e di nuovi strumenti che ci permettono di osservare non solo la già citata fotosfera ma anche la cromosfera, la vera e propria atmosfera solare dove avvengono violenti fenomeni come le protuberanze solari, enormi jet di materia espulsi dal Sole verso lo spazio esterno. Queste osservazioni in cromosfera prevedono l’uso di strumenti atti solamente a questo tipo di osservazioni a differenza della comune osservazione fotosferica per cui basta un normale telescopio ed un opportuno filtro solare.

 

In entrambi i tipi di osservazione dobbiamo necessariamente ridurre la quantità di luce che raggiunge il nostro occhio, per far questo dobbiamo utilizzare opportuni filtri. Ricordiamo inoltre che L’OSSERVAZIONE DEL SOLE AD OCCHIO NUDO O ATTRAVERSO UN TELESCOPIO SENZA PROTEZIONE CAUSA DANNI IRREPARABILI ALLA VISTA.

 

Distinguiamo quindi i due tipi di osservazione e vediamone le tecniche e gli strumenti utilizzati più nel dettaglio.

 

 

 

  1. Osservazione fotosferica (luce bianca)

 

L’osservazione fotosferica del Sole, anche detta in luce bianca, può essere fatta con qualsiasi tipo di strumento, il più indicato è un rifrattore con un diametro minimo di 6 cm. Il rifrattore permette la proiezione dell’immagine del Sole su di uno schermo in modo da poter disegnare comodamente la posizione delle macchie e offre immagini più “stabili” rispetto ad altri schemi ottici. Questo metodo appena descritto è quello che si utilizzava nel passato, non disponendo di adeguati filtri per schermare l’intensa radiazione solare, si proiettava l’immagine del Sole su di uno schermo opaco.

 

Figura 1.  Il metodo della proiezione con un telescopio rifrattore

 

È la tecnica più sicura perché non prevede che l’osservatore guardi direttamente nello strumento, bensì osserva un pezzo di carta su cui è focalizzata l’immagine del Sole. È anche molto più precisa della normale osservazione all’oculare perché permette di disegnare la posizione delle macchie solari con estrema esattezza rispetto al disco intero.

 

L’altra tecnica osservativa consiste nell’applicare un opportuno filtro al nostro telescopio e di osservare il disco solare mediante il comunissimo oculare, cioè svolgere la normale attività osservativa guardando attraverso il telescopio.

 

Per ridurre a livelli sopportabili l'enorme quantità di luce che viene convogliata da un telescopio puntato sul Sole verso il nostro occhio, dobbiamo utilizzare dei filtri che possono essere di diversi tipi sia per materiali utilizzati che per tipologie.

 

Un filtro è un qualcosa che si interpone lungo il cammino ottico della luce e che deve schermare la radiazione solare che giunge sul nostro occhio. Un semplice schema di come lavori un filtro è descritto in figura:

 

Figura 2. Schema di funzionamento di un filtro

 

Questi filtri devono necessariamente bloccare le radiazioni UV per le quali si ha un’accelerazione dei processi di invecchiamento dei livelli esterni dell'occhio (favorendo patologie come la cataratta)  e le radiazioni IR che portano alla "cottura" delle cellule recettrici della retina. Il risultato è la temporanea o totale perdita della vista. La retina, infatti, è priva di nervi recettori del dolore.

 

Il mercato offre svariati filtri per le osservazioni solari, di diverso materiale e di diversa tipologia che possiamo distinguere in filtri che si applicano all’oculare e filtri a tutta apertura. Premettiamo che i filtri a tutta apertura sono i più indicati e i più sicuri per motivi che esponiamo di seguito.

 

3.1 Filtri all’oculare

 

Sono dei filtri che si basano sul principio dell’assorbimento, assorbendo quindi le lunghezze d’onda indesiderate e facendo passare invece quelle a cui siamo interessati. L'immagine data da questi filtri è ben contrastata e può rivaleggiare con quella ottenuta con filtri a tutta apertura. Il problema di questi filtri sta nel fatto che essi devono dissipare tutto il calore delle radiazioni che vengono concentrate dall'obiettivo verso il fuoco; l'enorme sforzo che sono chiamati a sopportare li rende molto sensibili a rotture improvvise senza che l'osservatore abbia modo di rendersene conto prima. Un improvviso TACK! e l'occhio dell'osservatore viene inondato dall'intera radiazione solare concentrata dal telescopio sulla retina. I danni in questo caso possono essere gravi e permanenti.

 

Figura 3. Filtri all’oculare

 

 

3.2 Filtri a tutta apertura

 

Sono l'alternativa al metodo della proiezione, sono filtri da porre sull'obiettivo del telescopio come se fossero il tappo del telescopio stesso. Ve ne sono di due tipi in vetro e in materiale plastico trattato. Questi ultimi sono in genere costituiti da una pellicola plastica ricoperta con un sottile strato di alluminio o di cromo che attenua il passaggio della radiazione visibile e blocchi i raggi UV ed IR oppure in vetro. In commercio ve ne sono di due tipi: il mylar e l’astrosolar. Il mylar restituisce un’immagine brillante tendente al blu mentre l’atrosolar restituisce un immagine bianca, neutra, della fotosfera solare.

 

 

Figura 4. Filtri costruiti con la pellicola di Astrosolar

 

Figura 5. Filtro solare in vetro a tutta apertura

 

L’immagine del Sole che restituiscono i filtri in Astrosolar è del tutto neutra, priva di un colore dominate, il disco del Sole assume l’aspetto di una sfera bianca. I dettagli visibili con questo filtro sono le macchie solari quelle regioni più scure distinte in due zone, l’ombra e la penombra, si osservano poi le facole regioni più chiare della fotosfera solare e qualche volta anche la granulazione solare.

 

Figura 6. Una macchia solare, la zona più scura è l’ombra, la zona più chiara è la penombra

3.3 E quali assolutamente da evitare!

 

L'elenco dei filtri di fortuna è molto lunga, ne riportiamo alcuni che sono assolutamente da evitare:
I negativi fotografici con immagini su di essi, come le lastre radiografiche, vetri anneriti alla fiamma di una candela, filtri neutri fotografici o filtri polarizzatori, i vetri da saldatore.  I CD-ROM o i Floppy disk privati del loro involucro esterno non sono utilizzabili come filtri sicuri e l'immagine resa è piuttosto priva di dettagli. Sono ancor più dannosi se accoppiati con un telescopio o strumento ottico equivalente.

 

 

 

  1. Osservazione cromosferica (luce H-alpha)

 

L’osservazione cromosferica è l’osservazione dell’atmosfera solare, sede di violenti fenomeni legati all’attività della nostra stella, come le protuberanze. Quando osserviamo la cromosfera spesso si dice che stiamo osservando il “Sole vivo” cioè siamo in grado di osservare i mutamenti dei fenomeni solari in tempo reale, come la formazione di una protuberanza ad arco o l’evoluzione di un filamento. Questo tipo di osservazione è anche detta osservazione monocromatica, cioè stiamo osservando la cromosfera solare ad una sola lunghezza d’onda a differenza dell’osservazione fotosferica effettuata su tutto lo spettro visibile. Questa lunghezza d’onda è quella dell’idrogeno ionizzato una volta e prende il nome di H-a, e si colloca a 656,28 nm, nel pieno rosso dello spettro.

 

La luce di una stella (quale è il nostro Sole) ha una firma inconfondibile dipendente dagli elementi di cui è composta. Quando si osserva lo spettro di questa sorgente si notano delle righe scure (dette linee di assorbimento) dovute a processi fisici di filtraggio della radiazione continua prodotta nel nucleo ad opera dei diversi strati gassosi che costituiscono la stella.

 

L’H-a è la lunghezza d’onda più importante dell’emissione dell’idrogeno, altre righe di assorbimento nello spettro solare sono dovute all’intervento di altri elementi chimici.

 

Figura 7. Lo spettro solare e le sue righe di assorbimento

 

L’osservazione del Sole in luce H-a restituisce tutti i particolari dell’atmosfera solare, spiccano le protuberanze solari, enormi jet di materia che si staccano dalla fotosfera, la granulazione solare è evidentissima, le facole cromosferiche e i filamenti.

 

Figura 8. La cromosfera solare fotografata con un telescopio H-a

  1. Come funziona un filtro H-a

 

Gli strumenti che ci consentono di osservare il Sole alla lunghezza d’onda dell’H-a sono i filtri interferenziali, cioè filtri (solari) che utilizzano il principio dell’interferometria dei raggi luminosi. Nella costruzione dei filtri interferenziali si utilizza un interferometro di Fabry-Perot, ovvero una cavità ottica formata da due strati altamente riflettenti e non assorbenti (ad esempio due specchi) separati da uno spazio vuoto (gap) tale che le due superfici riflettenti siano quanto più parallele l’una all’altra. Questa struttura è detta “etalon”.

 

Figura 8. Il principio dell’interferenza multipla in un interferometro Fabry-Perot

 

Come prima cosa bisogna schermare le radiazioni non visibili del Sole che sono nocive all’occhio, vale a dire l’UV e l’IR con un apposito filtro di tipo passa banda che prende il nome di filtro di reiezione (ERF).

 

Figura 7. Filtro di reiezione di tipo passa-banda, scherma l’UV e l’IR

 

Il principio fisico del funzionamento del filtro interferenziale è semplice, si fa incidere un fascio di luce bianca (spettro visibile), ottenuta mediante il filtro di reiezione, nell’etalon, di tutta la radiazione visibile in ingresso sopravvivono solo alcune lunghezze d’onda a causa dell’interferenza.

 

Figura 8. La struttura frontale che incorpora il filtro di reiezione (ERF) e l’etalon

 

La maggior parte dell’energia verrà riflessa dagli elementi riflettenti e se il gap tra questi ultimi ha uno spessore esattamente uguale a un multiplo della metà della lunghezza d'onda della luce incidente, quest’ultima attraverserà totalmente il sistema giungendo all’oculare. Il concetto è formulato matematicamente dalla seguente equazione che regola il funzionamento di un interferometro di tipo Fabry-Perot:

 

            con m=1, 2, 3 …

 

dove d è la distanza fra le superfici riflettenti, n è l’indice di rifrazione del mezzo (gap) che si trova tra le due superfici stesse, l è la lunghezza d’onda ed m un numero intero.

 

I filtri sono progettati in modo tale che questo picco di trasmissione si verifichi in corrispondenza di una delle righe significative dello spettro, come ad esempio quella dell'H-a. Così facendo all’oculare giunge un treno di picchi prodotti dall’etalon (dipendente dai numeri interi m della formula precedente) centrati sulla lunghezza d’onda prescelta. Sapendo che la lunghezza d’onda dell’H-a è di 656,28 nm e conoscendo n, l’indice di rifrazione del gap si ricava a che distanza d devono stare le due superfici riflettenti:

 

    con m=1, 2, 3 …

 

Figura 9. Treno di picchi prodotti per interferenza dall’etalon

 

 

Bisogna ora eseguire l’ultima operazione, tagliare i picchi di trasmissione generati dall’etalon, lasciandone passare uno solo, quello centrato alla lunghezza d’onda di 656,28 nm grazie ad un filtro di bloccaggio (BF).

 

Figura 10. Filtro di bloccaggio e sua curva di trasmissione